Le fiamme danzavano, riflesse nel blu dei
suoi occhi, mentre si stringeva tra la ruvida stoffa di quelle due o tre coperte
che aveva ritrovato nella vecchia casupola abbandonata.
Fuori, la tormenta. Neve e vento che
ululavano come orrendi spettri senza pace, spazzando tutto ciò che trovavano sul
loro cammino.
L’aveva sorpresa mentre viaggiava nel
grande bosco di Varbium, costringendola a trovarsi velocemente un riparo; e
quella piccola costruzione in legno le era sembrato il luogo più adatto. Certo,
avrebbe anche potuto trasformarsi in drago, ma per quale motivo? Era impegnata
in una missione diplomatica di scarsa importanza, e non aveva molta fretta.
Preferiva di gran lunga passeggiare per i boschi innevati, ascoltando i suoni
della natura addormentata.
Quella ragazza, dalla corporatura esile
e dai capelli biondi a caschetto, era una giovanissima Vestale del Re dei
Draghi di Fuoco, a soli centosedici anni di età. Un traguardo di tutto rispetto, e
suo padre, che sicuramente la vegliava da una qualsiasi di quelle stelle lassù,
doveva esserne molto orgoglioso: anche se lui era mancato, lei non aveva perduto
la sua strada, le sue aspirazioni.
Era rimasta sé stessa. Dalla parte del
Bene. Del giusto.
Ed era stato proprio in quella vecchia
baracca, isolata dal resto del mondo, che, allungando una mano per farsi
carezzare dal fuoco (non l’avrebbe bruciata, perché era una parte del Tutto,
come lei), che era stata felice della sua vita, orgogliosa sue scelte, sicura
del suo futuro.
Sei o sette anni dopo, fu proprio
quest’immagine a riapparire fulgida nella sua mente, nello stesso istante in cui
lei, disgustata, consegnava la Grande Sfera Dorata, l’Eccelso Distintivo,
all’anziano saggio.
Quel peso così familiare, che con tanto
onore appuntava ogni mattina al suo petto… la stessa Sfera che suo padre aveva
indossato così tanti anni prima… un’onda di disgusto per sé stessa la travolse,
mentre l’anziano drago, senza una parola – non avrebbe parlato, mai, sapeva di
essere nel torto – prendeva l’oggetto dalle sue mani.
Ricordò quando le fiamme le avevano
lambito la mano, carezzandola divertite, ma non osandosi a farle del male,
perché lei era una rappresentante del Bianco, da rispettare ed onorare, così
come generazioni di saggi draghi prima di lei.
Generazioni…
Se ora suo padre la stava ancora
osservando… beh, avrebbe visto una creatura smarrita, i cui valori erano andati
in frantumi come mille specchi rotti; forse avrebbe provato vergogna. Forse
l’avrebbe sgridata. Ma non sarebbe mai riuscito a persuaderla; ormai aveva visto
troppo.
Ma lui non era lì, era morto, così come
tutti quei Draghi Dorati attorno a lei; era sola, senza identità, in un cimitero
degli orrori.
“Mi dimetto. Non voglio più essere una
Vestale del Re dei Draghi di Fuoco.” come se questo non fosse già abbastanza
chiaro. Ma fu felice che la sua voce non tremasse, anzi, era molto più calma e
fredda del solito; più fredda, soprattutto. Lui non disse nulla, si voltò e se
ne andò.
Nessuno provò a fermarlo. Gli altri
erano impegnati nel ricoprire di ghiaccio i cadaveri ancora caldi dei suoi
simili. Operazione cui avrebbe dovuto partecipare anche lei, ma non ne aveva le
forze. E il coraggio.
Philia sospirò, chiuse gli occhi, per
poi sollevare lo sguardo al cielo; lì vide una nuvola, una nuvola che forse
rappresentava una moltitudine di draghi, come lei, alla cui testa riconobbe il
profilo austero del padre.
Non era molto felice. Né tanto meno
orgoglioso. La sua espressione delusa era riconoscibile anche attraverso gli
eterei tratti disegnati dalle nubi.
“Non m’importa. Io so cos’è giusto.”
mormorò con rabbia.
“Nessuno sa cos’è giusto. L’importante
è fare bene il proprio lavoro.” una voce nella sua mente, ma non era il caldo
tono di suo padre, bensì un suono gelido e divertito.
Xelloss, il demone che le aveva salvato
la vita e rivelato tutti gli orrori commessi dalla sua specie. Avrebbe
riconosciuto la sua parlata tra mille, con quell’inflessione perennemente
sardonica e sicura di sé.
Philia si lasciò scappare un sorriso
gelido, un sorriso che fece paura, domandandosi per quale orribile scopo lui le
avesse donato cotante informazioni; molto probabilmente si era semplicemente
divertito a farla soffrire. Tipico.
Stupido demone da strapazzo.
“O forse ho capito che eri molto più di
un Drago Dorato. E ho deciso di non lasciarti nell’ignoranza.”
Ma non udì quelle parole, mentre si
decideva ad erigere una potente barriera attorno al Tempio dei Draghi Perduti;
non certo per nascondere la verità. Ma per permettere a quei cadaveri, a quei
cadaveri di Draghi Ancestrali e Dorati, nemici in vita, ma uniti nella morte, di
riposare in pace.
FINE